Strategia delle Emozioni
di Carlo Bertossi

…Vorrei intrattenervi su un argomento che chiamerò "Strategia delle emozioni"; quali possano essere le difese capaci di contrastare gli effetti devastanti delle emozioni negative.
E cosa può meglio combattere queste ultime se non una altrettanto forte emozione ma di segno opposto, cioè positiva? Ma vediamo come.
Voglio parlarvi di quell'emozione piuttosto strana è senza dubbio la Gelosia.
E dico che è strana perché, a seconda della sua intensità e della sua direzione può essere negativa ma anche positiva.
Di certo siamo tutti un po' gelosi delle persone - ma anche delle cose - che ci sono care: questo sentimento dimostra infatti l'importanza del nostro amore, del nostro attaccamento e quindi l'importanza che diamo all'oggetto di tutto ciò; in effetti tutti coloro che amano si rendono conto di essere in qualche modo gelosi del loro partner, e quando questa gelosia sia contenuta in limiti tollerabili è non solo accettata ma addirittura gradita dalla persona che ne è oggetto, proprio perché dimostra l'interesse nei suoi confronti.
Credo di non dire nulla di eccessivo se affermo, per esempio, che non esiste una donna che non si compiaccia dei sentimenti di gelosia del proprio uomo anzi, qualora questo sentimento fosse del tutto assente, si sentirebbe sminuita, sarebbe portata a pensare di non essere poi così importante per lui. In breve, si sentirebbe quasi offesa e, generalmente, corre ai ripari.
In quale modo?
Naturalmente con le armi che le sono più congeniali e familiari, tra cui quel tanto di civetteria che le permetta di suscitare proprio un sentimento di gelosia nel suo uomo. Intende cioè comunicargli che se non si sveglia e cambia, le cose potrebbero mettersi decisamente male, perché lei non si sente proprio da buttar via e, volendolo, avrebbe sicuramente la possibilità di trovare qualcuno disposto ad apprezzarla maggiormente.
Io credo che tutto ciò dovrebbe far riflettere i signori maschi, che troppo spesso non comprendono la propria donna e, di conseguenza, ignorano i segnali che questa invia loro. E si meravigliano di queste strane manovre, scambiando la scaramuccia amorosa per una eccentricità incomprensibile quanto inopportuna: "ma cosa vuole questa qui, sa benissimo che la amo, ed infatti una volta, tanti anni fa, glielo ho anche detto, e da allora non le ho mai comunicato di aver cambiato idea, quindi …"
E cosa accade quando sia la donna ad essere gelosa?
Ebbene le cose allora si complicano perché la gelosia al femminile è quasi sempre cieca, totale e furiosa. Solitamente deriva da una mitizzazione del partner, al quale vengono attribuite spropositate doti di bellezza, di fascino e di virilità tali da suscitare desideri ed appetiti nelle altre donne, che diventano quindi tutte potenziali rivali. Vorrei far presente alle signore che, in genere, il maschio in questione non arriva proprio a comprendere questa mania persecutiva della propria donna: lui è assolutamente calmo e tranquillo, e non ha nessuna intenzione di crearsi problemi imbarcandosi in avventure più o meno pericolose, per cui …
Vedete, l'uomo, in genere, essendo molto meno smaliziato della propria compagna, non ne capisce davvero le strane idee ma, se il comportamento geloso non è troppo pesante, troppo opprimente, tutto sommato ne è anche lusingato e si sente effettivamente più bello, più affascinante, più "macho".
Quindi possiamo dire che un po' di gelosia fa bene all'amore e lo mantiene fresco, appagante, vitale.
Desidero sottolineare che abbiamo fin qui osservato situazioni - valide per entrambi i sessi - nelle quali non vi siano motivi validi di gelosia: è chiaro che qualora questa emozione fosse giustificata, tutto quanto detto finora non trova più applicazione, ma non è questo il momento né la sede più opportuna per occuparci di questi casi, sicuramente gravi e degni di particolare attenzione.
Se è dunque vero che un po' di gelosia fa bene all'amore, le cose invece cambiano quando questa degenera in fobia.
Come tutte le emozioni portate all'eccesso, è estremamente devastante, e purtroppo lo è per entrambi i protagonisti, poiché se è certo che il geloso soffre, e soffre veramente, non è molto più rosea la situazione di chi questa gelosia è costretto a subirla. La vita diventa allora intollerabile, ed ogni più piccolo ed innocente gesto dell'uno viene interpretato in maniera sbagliata dall'altro. Il rapporto diventa presto insostenibile.
E viene allora da pensare alla stranezza del processo mentale, o meglio alla degenerazione di questo processo, che ha portato una persona, per altri versi normale, ad eccessi veramente impensabili.
Cosa è successo veramente?
Nessun dubbio: sono le famose "emozioni in libera uscita" che hanno completamente ottenebrato le facoltà mentali della persona gelosa, che la hanno resa in schiavitù. Poiché è certo che chi è in preda a questi eccessi emotivi ne diviene schiavo al punto di non riuscire assolutamente a ragionare ed a constatare la realtà dei fatti.
Cosa fare allora? Come difendersi da questa disgrazia, quale strategia usare per uscire da questo tunnel ?
Io penso che possa essere di grande utilità un'altra emozione, altrettanto forte ed intensa e tale da riuscire a contrastare questo tremendo male, e avrete già capito che intendo parlare della Fiducia e di quella sua stupenda derivazione che è la Fede.
Se pensiamo infatti alla definizione di Fiducia, cioè di "emozione che dà valore alle cose" , si comprende bene come possa costituire un forte antidoto alla gelosia, che è invece la negazione dei valori, in questo caso morali ed affettivi, della persona oggetto di quella gelosia. Chi è geloso disconosce nella sua vittima ogni dote di onestà e correttezza, e scambia per atti disonesti anche quelli più innocenti, e così mentre viene dato valore a cose inesistenti, si ignorano quelle che hanno veramente un contenuto positivo. Quindi la gelosia è il gusto perverso del voler vedere ad ogni costo il male dove non c'è, sforzandosi invece di non notare tutto quanto vi possa essere di positivo.
E questo mi sembra la quintessenza della negatività.
Anche la Fede può venire in aiuto, ed infatti voi sapete che questa è quell'emozione che fa "credere nel valore delle cose", e quindi può vittoriosamente contrastare la negazione dell'accettazione dei fatti, cosa questa propria della gelosia.
Nel linguaggio corrente si usa dire che si ha "fiducia" nel proprio partner, che gli si "crede" quando ci racconta qualcosa , ma queste espressioni non sono sempre reali e corrette: troppo spesso esistono riserve mentali per cui si dovrebbero completare queste indicazioni dicendo, più onestamente, che si ha fiducia in lui "fino a quando non intervenga qualcosa che possa incrinarla" oppure che gli si crede "fino a quando si possono avere le prove di quanto espostoci": di certo queste non sono le condizioni migliori per mantenere in buon stato di salute un rapporto né, tantomeno, per ritenersi lontani ed immuni dalla gelosia.
Io penso che sarebbe più saggio e più corretto dare importanza e valore al proprio partner, non dubitando della sua correttezza ma avendo anzi veramente Fede nei suoi riguardi, credendo cioè fermamente in quei valori che lo hanno reso prezioso ai nostri occhi.
A questo punto sembrerebbe tutto molto semplice e lineare: purtroppo non è così perché in tutto questo processo deve assolutamente essere presente una componente indispensabile, un collante magico, una emozione insostituibile.
Sto parlando dell'Amore.
E vorrei concludere questa breve analisi della gelosia quale emozione, e della strategia per contrastarla, sfatando un luogo comune e sottolineando che è falsa l'idea che la gelosia sia la più alta espressione dell'amore.
Chi è geloso (naturalmente se lo è in maniera morbosa, come abbiamo già visto) non sa davvero amare: al massimo gli interessa possedere.
Non riesce a donare, riesce solo ad esigere.

Passiamo ora ad esaminare un'altra emozione, purtroppo abbastanza comune ma della quale si hanno, in generale, idee piuttosto confuse, e intendo riferirmi all'Invidia.
Sicuramente tutti sanno cosa sia questa brutta bestia, ma io vorrei riflettere assieme a voi sulla sua vera essenza, quali possano essere le sue origini, come si manifesta, quali i sintomi, quali le conseguenze.
L'Invidia è quella emozione che ha la discutibile proprietà di essere sempre e comunque negativa. Non esiste cioè la possibilità di vederne qualche lato positivo, come è invece per la gelosia, poiché quella specie di invidia buona, quella cioè che può servire da sprone e dare sani suggerimenti, deve esser definita più correttamente desiderio di emulazione o senso di ammirazione per chi ha doti particolari che anche noi vorremmo possedere. La vera invidia è soltanto rabbia conseguente alla penosa constatazione che ci mancano quelle qualità, che non abbiamo raggiunto quei risultati che ammiriamo (segretamente) negli altri.
Perché, tutto sommato, la verità è questa: si invidia qualcosa che non riusciamo a raggiungere, a possedere, a conquistare, e proprio questo mancato traguardo dà quel senso di malessere tipico dell'invidia, e non tanto, si badi bene, per il fatto in sé, quanto piuttosto perché altri, e non noi, sono giunti al risultato. L'invidioso non è che un poveraccio incapace di ottenere per sé quello che ammira negli altri e che, per sfogare la sua amarezza ed il senso di frustrazione per le sue incapacità, non trova di meglio che attribuire a chi di quei risultati è in possesso doti eccessive di fortuna, nel migliore dei casi, mentre più frequentemente arriva anche alla maldicenza ed alla più o meno velata accusa di essere pervenuto a quella conquista con armi ed azioni riprovevoli. Perché non bisogna dimenticare che l'invidioso è sempre pronto a criticare, a denigrare, convinto di poter in questo modo giustificare la propria inadeguatezza. Invidiare è solo una dimostrazione di impotenza, una segreta accusa nei propri confronti per non esser riusciti dove altri hanno invece trionfato. In altri termini è una dichiarazione di resa, è la consapevolezza del fatto che quel risultato che tanto interessa non è di facile acquisizione.
E con ciò si è commesso un altro imperdonabile errore, perché noi sappiamo che tutto è possibile all'uomo, a condizione che lo desideri in modo veramente bruciante, e creda nelle sue forze e nelle sue possibilità di arrivarvi.
Certo che questo non è assolutamente facile: coltivare un desiderio ed avere fiducia in sé stessi presuppone una capacità non comune, e cioè la decisione di prendere la vita nelle proprie mani ed agire. Senza tentennamenti, senza fermarsi. Fino al raggiungimento della meta. Ma l'invidioso tutte queste qualità non le ha proprio.
A questo proposito vi invito a vedere il film "Momenti di Gloria", dove si evidenzia la competizione tra due atleti, entrambi protagonisti delle Olimpiadi del 1925.
Certamente noterete come ci sia una trasformazione nei protagonisti: dapprima c'è solo una notevole invidia, e il perdente arriva a dire che lui non corre per essere battuto ma solo per vincere, poi invece questo sentimento si trasforma, e allora si comprende come l'invidia possa anche trasformarsi in desiderio di emulazione e senso di ammirazione, ma ciò può avvenire soltanto in individui moralmente eletti e di indiscussa nobiltà morale, altrimenti rimane soltanto la rabbia invidiosa di cui abbiamo appena parlato.
E come vive questa emozione l'invidioso?
Per certo vive male e si strugge per ciò che non ha (e che, si rende conto, difficilmente avrà) talvolta arrivando a rendersi la vita impossibile senza quel risultato, senza il possesso di ciò che lo perseguita giorno e notte, e che gli preclude anche la possibilità di godere di ciò che invece ha, perché questo non lo soddisfa più, gli sembra misero, vuoto, senza significato.
Per tutte queste ragioni l'invidioso è sicuramente degno di pietà e di commiserazione, ma anche di riprovazione perché agisce in modo decisamente stupido e puerile, dato che la persona matura non invidia, ma valuta semmai la possibilità di mettersi al lavoro per conseguire lo stesso risultato.
Vediamo allora cosa sia possibile contrapporre all'invidia.
Ebbene non c'è che l'imbarazzo della scelta, e sicuramente può andar bene la Generosità, la Serenità, l'Altruismo e la Comprensione, ma anche l'Accettazione non è da meno, e vorrei partire proprio da quest'ultima per ricordare innanzitutto che non ha niente a che fare con la rinuncia. Accettare se stessi non vuol dire accontentarsi di quel che si è, non vuol dire porsi dei limiti e non osare superarli, significa invece conoscere ed accettare le proprie qualità e le proprie virtù, rendendosi conto che quelli sono i talenti che si possono spendere, e che non è affatto intelligente fare confronti con i talenti, o le fortune degli altri; e del resto se ciò che ammiriamo (cioè ciò che invidiamo) in questi ci interessa veramente, sappiamo cosa fare per ottenerlo.
Insomma se usassimo di più e meglio questa splendida emozione, eviteremmo di fare la figura del "cavallino", protagonista della ben nota storiella dell'AT1.
E già con questo primo antidoto potremmo aver vinto la malattia ma, al bisogno, possiamo applicare anche gli altri farmaci. Per esempio la Serenità: se ci si sforzasse di essere obiettivi e si esaminasse appunto con serenità la situazione si potrebbe anche arrivare alla conclusione che il sentimento di invidia provato non ha davvero ragione di esistere, vuoi perché si potrebbe scoprire che il bene sognato tutto sommato non è così importante, vuoi perché si può divenir consapevoli che se solo lo si volesse, lo si potrebbe ottenere.
E cosa può darci la Generosità ?
Ricordate innanzitutto che questa non è, o almeno non è soltanto, il rovescio della tirchieria quanto invece l'opposto della grettezza. E di sicuro alle pessime qualità dell'invidioso possiamo aggiungere anche questa perla. L'invidioso infatti è meschino (perché critica), ristretto (perché incapace di guadagnarsi il premio), piccino (perché invece di passare all'azione continua a commiserarsi). E cosa sono tutti questi poco invidiabili attributi se non dei sinonimi della parola "gretto" ?
Sostituire quindi la grettezza dell'Invidia con l'apertura della Generosità farebbe comprendere più facilmente che ciò che ci è apparso importante è patrimonio di qualcuno che lo ha conquistato non già con sistemi disonesti, ma sicuramente con duro lavoro e sacrifici.
Non mi dilungo a parlare di altruismo e comprensione perché sono argomenti che conoscete benissimo.
Altra emozione bellissima è il Perdono.
A mio avviso questa è tra le più alte emozioni umane poiché dimostra la grandezza d'animo di colui che la applica. Perdonare è divino; è sublimazione dell'amore, e mi piace quindi fare con voi qualche riflessione in proposito.
Perdonare significa assolvere, scusare, trattare con indulgenza e comprensione chi ci abbia fatto un torto, perché è chiaro che noi possiamo perdonare solo chi abbia fatto qualcosa, che riteniamo negativa, proprio a noi e non possiamo di sicuro perdonare azioni verso altri, non essendo legittimati a farlo. Ma non si può dimenticare che il perdono, perché sia veramente tale, deve essere completo e totale e quindi presuppone non solo "assolvere, scusare, trattare con indulgenza e comprensione", ma anche e soprattutto dimenticare, cancellare ogni traccia di ciò che è avvenuto.
E questa credo sia la difficoltà maggiore, cioè quella che più contrasta e si oppone alla virtù del perdono: troppo spesso si sente dire - ed anche con una certa convinzione - che "ho perdonato, ma non dimentico ciò che mi è stato fatto".
Questo pseudo-perdono, questa cosa a metà è in effetti una semplice dimostrazione di piccineria e di superbia, non certamente di grandezza d'animo: se infatti ci si limita a scusare il torto subito, ma non si è disposti a dimenticarlo, significa che lo si mette in disparte pronti a recuperarlo non appena avvenisse qualcosa che ci offenda nuovamente; vuol dire che l'offeso si ritiene tanto grande e magnanimo da concedere il perdono giudiziario all'offensore, ma naturalmente con la condizionale, per cui, nel caso questi ripetesse un atto offensivo, verrebbe riesumato anche quello precedente. Con le logiche conseguenze penali previste dal nostro personale Codice di Procedura. Quello che vi propongo come visione è il film "Mission". Certo saprete che si tratta della storia di un mercante di schiavi che ha molti delitti sulla coscienza, tra cui l'uccisione del fratello, reo di esser stato l'amante di sua moglie. Il desiderio di espiazione nasce in lui da un gesto di apertura di un missionario, che gli fa intravvedere la possibilità di esser perdonato delle sue malefatte, ed affettivamente così avviene quando gli indigeni, che lui aveva tanto colpito, respingono l'idea della vendetta e lo accolgono nuovamente come uomo.
Le emozioni si sprecano: c'è la carità e l'amore del Missionario per l'uomo peccatore, c'è la voglia di redenzione, la perseveranza nel perseguire il cammino di penitenza scelto, ma soprattutto mi piace sottolineare che a farci capire come il perdono sia veramente quella sublime virtù di cui abbiamo appena parlato siano quei poveri, ignorantissimi e perseguitati indigeni, da molti chiamati selvaggi.
Vorrei però farvi notare che il perdono nasconde anche una trappola.
Capita infatti che perdonando, ci si senta molto buoni, grandi e generosi, ed allora io questo lo chiamerei il "complesso di Dio", perché è a Lui che vogliamo in questo modo sostituirci, dimenticando che perdonare spetta soltanto a Lui mentre noi, poveri esseri mortali, possiamo solo cancellare, però anche dalla memoria, gli eventuali torti subiti, e quindi se non si perdona con tutto il cuore ma solo con un ragionamento logico, cerebrale, significa che si è tanto stupidi e piccini da aver per prima cosa giudicato chi ci ha fatto del male, condannato per questa sua colpa e solo successivamente, e dall'alto della nostra bontà e grandezza, si è deciso di soprassedere all'applicazione della pena.
Ovviamente con la condizionale, come detto.
Ma chi siamo noi per arrogarci il diritto di giudicare e di condannare? Su quale base, secondo quale criterio operiamo in tal senso?
Basterebbe riflettere - ma seriamente - su queste domande per renderci conto che non siamo davvero in grado di poter istruire il nostro piccolo processo personale.
Se non si vuole essere giudicati sarà bene non giudicare e se si vuole essere perdonati - e Dio sa se ne abbiamo bisogno - è indispensabile perdonare.
Ricordo di aver letto che uno dei più grandi uomini del nostro tempo, Papa Giovanni XXIII, poco prima di morire abbia detto di non aver niente da perdonare a nessuno perché nessuno gli aveva mai fatto del male: vi prego di notare la grandezza di questo uomo che, come tutti noi, avrà sicuramente subito nella sua vita offese e malignità, ma si è ben guardato dal giudicare chi le aveva commesse, al punto di poterle ignorare. D'accordo, Papa Giovanni era un Santo mentre tutti noi siamo soltanto dei piccoli uomini, ma questa sua affermazione dovrebbe far riflettere sulla nostra "grandezza d'animo".
Ovvero sulla nostra meschinità.
Ma ritornando al tema di questa riflessione, c'è da notare che il perdono, quello vero, essendo un'emozione positiva non ha certamente bisogno di essere contrastato mentre invece ciò diventa necessario in presenza di un perdono "cerebrale", cioè imperfetto.
In questo caso credo che due siano le emozioni che possano ristabilire l'equilibrio, e chiamerei in causa l'Amore e la Modestia.
Per quanto riguarda l'Amore non penso si debbano spendere molte parole poiché basta pensare a ciò che esso produce per rendersi conto come possa efficacemente contrastare la meschinità di chi non sa dimenticare, mentre mi soffermerei un tantino sulla Modestia, che può far comprendere come non ci sia consentito di giudicare e condannare; ci può far comprendere cioè che non è il caso di sottrarre tale potestà al Padreterno e che quindi sarà bene togliersi una volta per tutte quel triangolo che pensiamo di avere sul capo. A Sua immagine e somiglianza.
La Modestia ci può far stare con i piedi per terra ed insegnarci come difficilmente ci sia possibile comprendere cosa realmente abbia spinto il nostro nemico ad offenderci, per cui non possiamo nemmeno giudicarlo.
Con quel che ne consegue.
E passiamo all'ultima emozione sulla quale riflettere oggi.
Vi prego di credermi se vi dico che è quella che veramente sento più mia. Che mi appartiene e mi coinvolge anche più spesso di quanto vorrei.
Si tratta dell'Umorismo.
Quelli che mi conoscono sanno che io sono letteralmente posseduto da questa emozione, che mi porta a trovare il lato comico di tutto, a fare battute scherzose anche sulle cose più serie. Voi direte che non c'è nulla di male in ciò, e vi ringrazio per la vostra comprensione, ma vediamo prima cosa sia veramente, e come agisca, l'Umorismo.
Il mio Zingarelli lo definisce "modo intelligente, sottile ed ingegnoso di vedere, interpretare e presentare la realtà ponendo in risalto gli aspetti o lati insoliti, bizzarri e divertenti", quindi da una parte mi sento anche lusingato di essere portato a fare ciò, ma sapeste quanti guai mi ha procurato questa mia incapacità di star zitto quando mi viene offerta l'occasione di fare il mio intervento umoristico: non sempre e non da tutti viene compreso ed accettato per cui mi procura anche dei nemici, o perlomeno persone critiche (e giustamente, talvolta) nei miei riguardi.
L'umorista non può, non riesce ad evitare di sottolineare in chiave critica ciò che gli si presenta, e questo può anche essere un bene, dato che un sorriso è una cosa preziosa, solo che qualche volta può irritare chi è costretto a fare le spese di questo sorriso.
La miglior forma di umorismo è senza dubbio quella rivolta verso se stessi, e proprio per questo è la più difficile e la più rara: in effetti pochi sono disposti a prendersi in giro, ma coloro che riescono a farlo sono davvero delle persone eccezionali.
Tra parentesi: io non sono tra queste.
Vorrei poi chiarire che l'umorista vero, l'umorista totale (se è consentita questa definizione) non è mai solamente un comico, tutt'altro: il vero umorismo porta sempre con sé un sottile strato di malinconia, un velo di tristezza. Forse proprio perché la capacità di cogliere i lati particolari di un avvenimento lo mettono in grado di scorgerne il sottofondo più serio e preoccupante. In effetti l'umorista smitizza tutto e tutti, è capace di ridere di ogni cosa ma è, paradossalmente, la persona che prende ogni cosa con estrema serietà e il cui motto potrebbe essere: "scherzo sempre, ma non gioco mai" , nel senso che pur permettendosi una critica burlona, non è mai disposto a prendere la vita con leggerezza, ed è per questo che io credo egli sia, assieme ai pagliacci del circo, tra le persone più serie ed affidabili del mondo.
Come considerare allora l'umorismo? E' una emozione positiva e va quindi lasciata com'è, oppure è negativa e deve essere corretta ?
Come sempre la risposta viene dal buon senso: nessun dubbio che una giusta dose di umorismo sia preziosa, e non v'è quindi nessun bisogno di interventi, ma se questo viene troppo accentuato sorgono davvero dei problemi. Per esempio può venir meno l'obiettività e la freschezza della critica, può venir perseguito ad ogni costo il bisogno di far ridere, di mettersi in mostra con la battuta, oppure può esser consentito un po' troppo l'emergere della malinconia, con la conseguenza di stravolgere il pensiero e sciupare il sorriso che si sarebbe voluto strappare.
Poiché mi sembra chiaro che tutto ciò non sia certamente positivo, bisogna trovare un antidoto, e credo fermamente che possano intervenire Serietà e Comprensione. E' ovvio che parlando di Serietà mi riferisco al suo significato più pregnante, cioè alla capacità di considerare i fatti con ponderatezza ed obiettività, mettendo quindi un po' in disparte l'abitudine di considerarli solo in chiave umoristica, così come la Comprensione va intesa nel senso proprio di comprendere, cioè di accettare, la vera essenza dei fatti, evitando di approfittarne come una ulteriore occasione per nuove esplosioni di critica scherzosa. Neanche dire che esser seri non significa affatto esser musoni: significa invece non prendere tutto solo ed esclusivamente per gioco ricercando e sottolineando gli aspetti che possano prestarsi ad un'interpretazione ironica.
Quanto alla Comprensione, essa consente di entrare più a fondo nell'animo di chi è stato il protagonista del fatto in questione, sforzandosi di scoprirne la vera natura e quanto voleva in effetti esser detto, anziché interpretarlo al solito con comicità.
Sono certo che queste emozioni siano davvero efficaci per contrastare l'eccesso di umorismo e limitarne gli effetti dannosi.
E chiuderei questa riflessione dicendo che le emozioni ci fanno apprezzare tutto ciò che merita di essere apprezzato; vale a dire che le emozioni colorano la vita e la fanno degna di essere vissuta.

Carlo Bertossi
Docente del Progetto Permanente