Verso l'Autostima
di Patrizio Ferreri

Quello che mi appresto a fare, vuole essere semplicemente una riflessione sull'autostima. Non mi sento di fare affermazioni a tal riguardo, non ho la conoscenza necessaria e non credo che sia qualcosa che si possa apprendere ascoltando qualcuno.
Tanto per farci un'idea sull'interesse per l'argomento vi chiedo: Quanti di voi credono di non avere sufficiente stima di se stesso?
Come fate a sapere se avete o non avete stima di voi? Come lo misurate? Cos'è che vi dice senza esitazioni "ho o non ho stima di me"?
Quali sono i fatti della vostra vita che vi consentono di valutarvi in tal senso?
Ovviamente le domande valgono allo stesso modo per quelli tra voi che credono di stimarsi a sufficienza.
Ancora, è possibile stimarsi e al tempo stesso non considerarsi all'altezza in alcune situazioni?
In che misura ci si può stimare se, si ha paura della critica?
Può la persona arrogante stimarsi?
Sono alcuni spunti per fare questa riflessione sull'autostima.

Quando Franco mi rivolse l'invito a trattare quest'argomento, gli dissi: Cosa vuoi che dica al riguardo, che ne so dell'autostima e lui mi disse di parlare dei miei successi.
Ho riflettuto su questo e non vi parlerò affatto dei miei successi o presunti tali, poiché sono i miei successi, non i vostri.
Posso però prendere spunto dai miei insuccessi, o presunti tali.
Quante volte, ascoltando persone che espongono una tesi, che citano a memoria poesie studiate vent'anni prima; persone che conoscono la storia del nostro paese non senza miriadi di dettagli; persone che conoscono la letteratura, che hanno padronanze di più lingue, io mi sento … non vi dico quello che mi sento, ma ha a che vedere con l'autostima.
Eppure se guardo la mia vita, qualcosa di buono l'ho fatto. Per qualcuno conto e anche molto.
Io mi stimo per i fatti e i fatti mi dicono che il mio successo sta nell'aver cercato sempre un'altra occasione dopo un fallimento.
Per questo mi stimo, perché non smetto di fare anche quello che non so fare.
I ricercatori, ad esempio Eintein, non faceva quello che sapeva fare, faceva quello che non sapeva, non temeva di sbagliare; solo sbagliando si trova. (Se è così forse non mi stimo per i miei successi, stimo me per come sono, per come mi approccio alla vita, per come reagisco agli eventi soprattutto a quelli non voluti.)
Noi diventiamo quello che siamo e cosa siamo se non l'idea che abbiamo di noi?
L'idea è la realtà più reale che ci sia.
Volete fare una cosa? Pensate alla vostra bocca, pensate alla saliva che inumidisce la bocca; ora passate la lingua sui denti e sentite che li inumidite, poi il palato. Ora immaginate di sputare la saliva in bicchiere e poi immaginate che vi si chieda di berla nuovamente.
Che schifo vero? Eppure solo un secondo prima era piacevole in bocca.
L'educazione ha insegnato a non sputare e noi abbiamo fatto diventare la saliva ( una volta fuori dalla bocca ) qualche cosa di schifoso.
E' più forte l'idea della realtà e a quanto pare è più reale.

Qual'è l'idea che hai di te e per la quale magari, decidi che non meriti di stimarti?
Se decido di fare un'attività di vendita e ho l'idea che sono un'incapace, che non so parlare, che non so convincere nessuno, ecc., ecc., diventerò un venditore di successo?
Possiamo a questo punto affermare che diventiamo l'idea che abbiamo di noi.
Visto che è così, se non sto facendo nulla nella vita, se sono in una situazione fallimentare, potrò avere un'idea di persona di successo? Avrò un'idea di fallito! Allora come uscirne? Ricordate l'AT1? Bisogna distinguere ciò che sono da quello che faccio.
Ho fallito, e non, sono fallito.
Ho fallito perché: e si vanno a ricercare le cause; cosa ho fatto che non avrei dovuto fare? Cosa non ho fatto e avrei dovuto fare? Analizzo le azioni, il comportamento, le strategie, la conoscenza specifica, la determinazione ecc.
Questo è quello che le persone intelligenti fanno.
Le persone sagge, fanno anche qualcos'altro.
Fanno anche l'analisi positiva.
Marcello Bonazzola dice: "Se una cosa merita di vivere, vive!".
Forse è un po' come dire che almeno il 51% è positivo se vive.
Tutti voi a prima vista mi sembrate vivi; quindi tutti avete più positivo che negativo a cui guardare, se siete saggi ovviamente.
Già questo basterebbe per avere stima di sé.
Come dicevo prima, le persone sagge non dimenticano di considerare i lati positivi e così facendo li possono rafforzare.

Mi pare che in D.M.B., vi siano esercizi per visualizzarsi "al meglio"; altri, dove ci si vede mentre si svolge un compito con successo. Io non sono abilitato a parlare di tali tecniche; quindi in modo meno sofisticato e certamente più grezzo, affermo che: "Chi vuole avere stima di se, non deve fare altro che farlo!"
Lo so che quando mi esprimo così a molti faccio veramente girare le scatole.
Ho un'idea in merito: potrebbe essere che non sentirsi in grado di fare qualche cosa di complicato, qualche cosa che si ritenga molto difficoltoso, sia in qualche modo scusabile?
Ma, se non si riesce in qualche cosa di semplice, forse, non ci si sente geniali.

Sapete una cosa? Noi, tutti noi possiamo ritenere di avere una marcia in più rispetto a moltissimi altri.
Proprio così. Noi siamo a conoscenza di teorie e di metodiche che in altri stati, venti/trenta anni fa, venivano insegnate soltanto ad alte cariche dello stato, ad astronauti e al personale dei servizi segreti. Credete che la leadership di quei paesi, fosse formata da imbecilli?
Se c'è qualcuno che lo pensa non ha problemi di stima, ne ha troppa!
Allora perché non aver stima di noi?
Ci vuole consapevolezza e umiltà per stimarsi.
Interroghiamoci veramente: ho fatto qualche cosa che non posso perdonarmi e che ora mi impedisce di stimarmi? Chi ha frequentato l'Affare Vita, sa di cosa sto parlando.
Quante volte, rivisitando il passato emergono cose di cui ci si è vergognati. Vale per tutti o quasi; ma non tutti poi reagiamo allo stesso modo; gli umili si perdonano e si danno altre possibilità, poiché non si credono infallibili... gli arroganti, molto meno.

Ognuno di noi è "un essere unico e insostituibile"; già sentito? Ma ci credete veramente?
Tempo fa ho visto un film (Frequency "il futuro è in ascolto") e mi ha fatto riflettere molto su quanto valiamo.
E' la storia di un pompiere che muore in un incendio.
Dopo circa trent'anni, per una di quelle magie possibili solo nei film (forse), suo figlio ritrova la vecchia ricetrasmittente del padre. Incuriosito la accende e… miracolo, le vecchie valvole funzionano ancora e magia ancor più grande, c'è qualcuno che sta trasmettendo.
Passato lo stupore, si rende conto che quell'uomo sta parlando di un mondo che non è il suo, è il mondo di trentenni prima. Sta parlando con suo padre.
Quando accettano il fatto, quando comprendono che non si tratta di uno scherzo, il figlio (anche lui diventato pompiere) avverte il padre dell'incidente che sta per subire il giorno dopo, il giorno della sua morte. Il padre lo evita. Non muore nell'incendio.
Brevemente, è successo di tutto. Molte persone non sono morte salvate da lui, altre invece che sarebbero vissute, sono morte. Gli eventi di ognuno di noi, le interazioni di ognuno di noi sono qualche cosa di inimmaginabile.
Se, qualche tempo fa, non mi fossi fatto investire da due ragazzi che hanno perso il controllo della loro auto in una curva in montagna, forse sarebbero finiti nella scarpata, forse sarebbero morti.
Forse uno di loro un giorno avrà un figlio che potrebbe diventare lo scienziato che debellerà il cancro. Forse. Forse siamo parte di un meccanismo più ampio che sfugge alla nostra comprensione, magari siamo solo una piccolissimo ingranaggio, ma funzionerebbe l'orologio senza?
L'ingranaggio che vuole diventare orologio, si è mai visto? Lo è gia tra l'altro, solo non lo sa.
Di certo, ognuno di noi è molto importante e stimato da qualche persona.
Siamo veramente insostituibili. Provate a chiederlo: sono insostituibile per me stesso? Per i miei genitori? Per mia moglie, marito, figli, amici e colleghi?
Pensate anche solo alle persone che avendovi conosciuto, hanno magari frequentato Dinamica o l'AT1 oppure l'Affare Vita; a volte salviamo delle vite o quantomeno le rendiamo vivibili.
Quanto valiamo? Per tutte queste persone moltissimo, e sarebbe ora che lo capissimo anche noi.
Comprendere questo, significa anche smettere di tirarsi indietro, magari per paura della critica, per pigrizia, per avarizia, per egoismo, per viltà o per quello che vi pare.
Per questo affermo che: Chi vuole stimarsi, non deve fare altro che "farlo".
Tuttavia, non siamo obbligati a stimarci.
Possiamo vivere anche senza avere il bisogno di fare stime. Stimare quanto valiamo.
Basta non chiedersi: Chi sono? Quanto valgo? Cosa possa fare della mia vita?
Oppure possiamo chiedercelo, possiamo fare una stima, ma è meglio saperlo fare!
Intendo stimare ciò che faccio?
Intendo stimare ciò che sono?
Intendo stimare ciò che vorrei essere?
Intendo stimare ciò che gli altri vorrebbero che fossi?
Non avremo mai una giusta stima di noi se, non abbiamo l'umiltà per vederci per quello che realmente siamo.
Non dobbiamo stimarci di più, dobbiamo solo stimarci per quello che realmente siamo.
"Uomo, conosci te stesso"
Si dice, che a qualcuno venne dato un talento, ad altri due, ad altri ancora tre.
Si dice anche che nessuno di loro, venne stimato per il numero dei talenti, bensì per l'uso che ne fecero. Venne stimato chi usò il proprio talento per creare, non per mendicare compassione o altro.
Ci vuole consapevolezza, verità ed umiltà per avere una consapevole, vera e dignitosa stima di se.
Per quanto attiene ai "principi e regole" non ne ho da darvi, non ne conosco.
Conosco però un buon sistema per apprendere la stima di se: è quello di imparare a stimare gli altri.
I genitori, la moglie, il marito, i figli, gli amici ecc.
Impariamo a cogliere negli altri quello che gli altri scorgono in noi.
La conoscete la metafora della differenza tra il paradiso e l'inferno?
L'inferno: Uno stanzone, molte persone disperate dalle fame e davanti a loro una tavola imbandita di ogni cibo. La regola: si può mangiare solo con le posate. Ma c'è un impedimento, le posate sono troppo lunghe per riuscire a portare il cibo alla bocca.
Il paradiso: Stessa stanza, stessa tavola, stessa regola e stesse posate. Tutt'attorno molte persone felici che mangiano. Come? Ognuno pensa all'altro, al suo vicino e così facendo tutti mangiano.

Patrizio Ferreri
Docente del Progetto Permanente